Bridge Weekly Post #45

Il dubbio e la salamella

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Il dubbio e la salamella.
3 ' di lettura

Sogno o realtà, il dubbio è salvifico. Perché?

Ho fatto un sogno che aveva come protagonista il saccente, sottospecie pericolosa della categoria “homo espertus”.
Vive nei templi del sapere, nella sua stanza chiusa a doppia mandata, inviolabile, come lui.

Di punto in bianco nel mio sogno il saccente si dissolve.

Via chi ha smesso di dubitare, di mettersi in gioco e non vuol prendere in considerazione di avere delle debolezze o delle aree di miglioramento.

Via chi “ma io sono già bravo e raggiungo già i risultati migliori”.

Via chi entra in aula e ti guarda come dire “Poveretto, io sono qui, ma per sbaglio, mi hanno mandato, ma potrei insegnare a tutti quanti”. Via chi delle volte non lo pensa soltanto, ma lo dice.

Via il saccente che “ti faccio vedere io di che cosa sono capace!”, convinto che improvvisare basti.
Via il saccente che “nel mio settore è tutto diverso, è particolare”.
Via il saccente con i suoi alibi, granitici quanto lui, e con i suoi “è colpa del mercato”, “è l’altro che non ha capito” e “il mio collega non ha fatto il suo lavoro”.

Al suo posto, pur nell’evanescenza del sogno, prende corpo l’umile, che quanto meno dubita.

Questo stesso sogno pochi giorni fa, per un caso della vita si è trasformato in realtà.
Un medico, come si diceva un tempo, di chiara fama, con pubblicazioni, docenze, primariati mi ha consegnato la sua storia. Mi ha fatto un dono inconsapevole.

Abbandonando la sua corporatura pesante sul prato, si è avvicinato a me mentre ero intenta ad addentare una salamella.
Qualcuno – chissà chi – gli aveva appena detto che io alleno le persone a coltivare dubbi.

Lei fa un bel mestiere.”
“Scusi?”, domando perplessa ma, ammetto, intimamente gaudente – mi è piaciuto tantissimo essere stata definita così!
Mi hanno detto che lei allena a dubitare.
“Se le hanno detto questo mi fa molto piacere.”
Anch’io avrei dovuto farlo prima.”
“Fare cosa e prima quando?”
Dubitare. Prima di fare un errore che ha compromesso l’esito di un’operazione”.

Silenzio. Pesante. La salamella può aspettare, mi dico.
Riprende la sua confessione laica, di cui ero immeritata sacerdotessa.

Da quel giorno cerco di avere un giovane chirurgo accanto a me in sala operatoria. Sa un decimo di quello che so io…
“E questo come l’aiuta?”
Come? Con le sue domande mi fa dubitare. Io mi sono analizzato, sa, e ho capito il mio errore: la mia sicumera.
Avevo perso di elasticità.
Il pensiero è come un elastico. Tiri, tiri, tiri… se torna allo stato di partenza vuol dire che va tutto bene, e prosegui. Se invece si rompe, devi prepararti a rivedere le cose. Eccome se le devi rivedere!

“Stancante”, interloquisco.
Di più, ma sapesse com’è rifocillante dubitare… quasi come la sua salamella: riprenda a mangiarla e mi scusi per lo sfogo.

Massicciamente, così come si è seduto, si è alzato e disperso tra la folla della grigliata.

Sfogato?! No, anzi, grazie! – mi sono detta – Per favore torni qui, posso intervistarla, mandarla al telegiornale…

E chi se ne importa della salamella!

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