Bridge Weekly Post #58

Ascoltare è un’arte, parlare un bisogno

Comunicazione Efficace  

Ascoltare è un'arte, parlare un bisogno.
3 ' di lettura

L’ascoltare fa da contraltare al silenzio: tu parlerai e io tacerò. Ma il silenzio ci fa paura.

Parlare è un bisogno, ascoltare un’arte, recitava Goethe.
È un’arte e come tale va appresa, allenata e affinata.
Molto poco praticata, oggi sempre meno, svilita anche dagli strumenti digitali che attivano forme di comunicazione monodirezionali.

Al parco un gruppo di mamme ingaggiano la solita gara sugli esordi linguistici delle loro creature.
“Giovanni a soli 14 mesi già parlava”, incalza la prima, “Marco a 12 mesi ha detto voglio la pappa distintamente”, aggiunge la seconda, “Luisa a 9 mesi ha detto mamma benissimo”, chiude la terza in una sfida vergognosamente condotta al ribasso, in attesa dell’ultima, che potrà narrare di quali meravigliosi doti canore disponga la sua creatura, ancora in grembo.
Mai nessuna che citi le capacità di ascolto dei figli, ai quali poi però si rimprovera di non saperlo praticare!

Siamo noi i primi a non educarli al suo valore e alla sua pratica.
Eppure è un’arte che tutti possiamo allenare, costa pochissimo, non richiede uso di attrezzature.

Il silenzio ci fa paura

L’ascolto fa da contraltare al silenzio: tu parlerai e io tacerò. Questo forse è uno dei maggiori ostacoli.
Il silenzio e il vuoto – apparente – che porta con sé imbarazzano, la parlantina è da sempre considerata un indice di sveltezza e freschezza mentale. Il taciturno spaventa.
Eppure, un indice di benessere dello stare con qualcuno è proprio il lusso del silenzio e di poterlo praticare senza che si ingenerino strani pensieri. Poter tacere, poiché talvolta le parole tolgono anziché aggiungere.

La pratica del tacere è un ottimo esercizio per stimolare l’ascolto.
Lasciare spazio all’altro, mettersi da parte e abbandonare l’idea che il protagonismo si sostanzi con l’uso della parola.

Come scrive Matteo Rampin nel suo libello Parlami. Piccolo libro dell’ascolto, “Ci vuole calma per ascoltare, bisogna essere cultori dell’attesa; non dell’inerzia, ma della vita nascosta sotto lo strato delle apparenze […]”.*
E insieme a ciò praticare l’arte del differire, suggerisce Rampin, guardando con sospetto la nostra cosiddetta esperienza, per evitare diagnosi e risposte precostituite.
Scorciatoie mentali che privano la relazione umana della sua più profonda unicità.

I grandi comunicatori sono ottimi ascoltatori

I grandi comunicatori si distinguono per l’uso di questa capacità, che tuttavia mai viene elencata nelle competenze che affannosamente ci apprestiamo a inserire nei nostri curricula. Il fatto che non compaia in uno sterile elenco è il meno, più grave che non venga utilizzata.

Durante le nostre aule sulla negoziazione, raramente l’ascolto viene attivato. È solo al momento del rivedersi in azione che le persone colgono cose prima sfuggite, spesso con il rammarico, oramai tardivo, di avere perso delle opportunità importanti.

Basta guardarsi allo specchio per capire dove ci ha indirizzato la natura: due orecchie e una bocca.

* Rampin M., Parlami. Piccolo libro dell’ascolto, Milano, Ponte alle Grazie, 2017, p.16

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