Bridge Weekly Post #47

È il caos la vera bellezza della nostra epoca?

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È il caos la vera bellezza della nostra epoca?

“È proprio dal caos – dice Francesco Cancellato – che stiamo assistendo a rivoluzioni di straordinario impatto”.

«Non è armonia e concordia dove è unità, dove un essere vuol assorbir tutto l’essere». In queste parole di Giordano Bruno, filosofo e religioso domenicano arso vivo dall’Inquisizione, c’è forse il cuore di questo turbolento inizio di millennio, iniziato con la fine della Storia preconizzata da Francis Fukuyama e proseguito con nuove contrapposizioni, nuovi conflitti sociali ed economici, nuove faglie e nuove dialettiche in quello che doveva essere niente più che un tranquillo nuovo ordine globale.

Dopo due conflitti mondiali e decenni di guerra fredda non ci sembrava vero, che fosse finita: al punto da dimenticarci che il senso nasca solo dal dissenso, dalla dialettica tra gli opposti, dalla messa in discussione delle reciproche certezze.
Non ci abbiamo messo molto a rinsavire, in realtà: abbiamo vissuto il crollo delle ideologie, delle certezze e forse è per questo che siamo tornati a essere dogmatici, nel nostro relazionarci alla realtà.
Forse perché pensiamo che essere sicuri di qualcosa renda più forti.
Forse perché nel caos della globalizzazione riteniamo di aver bisogno di punti fermi.

Forse, è proprio il caos la bellezza della nostra epoca

Eppure, forse, è proprio il caos la bellezza della nostra epoca. Ed è proprio dal caos, dalla possibilità di mettere in discussione qualunque cosa, che stiamo assistendo a rivoluzioni scientifiche e tecnologiche di straordinario impatto, come quella dei robot e dell’intelligenza artificiale. Che a loro volta generano nuovi conflitti e ulteriori innovazioni, in una spirale creativa che forse, alla distanza, quando il costante spavento per l’ignoto sarà passato, ricorderemo tra le più floride della Storia umana.

Nel frattempo, dobbiamo costantemente farci i conti, giorno per giorno, con nuovi conflitti e nuove dialettiche. Quello generazionale, ad esempio, con i giovani che si trovano a subire, loro e solo loro, l’erosione di quelli che per i loro nonni e i loro genitori erano e restano diritti. O quello tra le borghesie emergenti asiatiche e quelle declinanti e impoverite della vecchia Europa. O, ancora, quello “antico” tra ricchi e poveri, acuito da disuguaglianze sociali sempre più marcate, perlomeno in Occidente. O quello tra autoctoni e stranieri con cui ci confrontiamo ogni giorno.

O quello tra civiltà metropolitana e non, la cui manifestazione più clamorosa sono le sorprendenti vittorie di Brexit e Trump. Per non parlare dei conflitti a venire, quello tra uomini e roba su tutti, con lo spettro della singolarità – il momento in cui l’intelligenza artificiale supera quella umana – sullo sfondo.

Senza conflitto non c’è contro-intuizione

Questo è quel che si vede a volo d’uccello. Rasoterra, rimangono i piccoli conflitti di ogni giorno. Che dimostrano più di qualunque altro la loro necessità, il loro senso d’urgenza, soprattutto nel contesto di un processo creativo come quello che – esempio a caso – fa funzionare bene la redazione di un giornale.

Da qui in poi si parla per esperienza diretta: senza conflitto non c’è contro-intuizione, non c’è originalità di pensiero, non c’è sintesi.
Al contrario, ci sono solo banalità e stereotipi che rimbombano nelle echo chamber del pensiero unico, in cui tutti sono d’accordo con tutti.

Dirigere quindi sì, vuol dire prendere delle decisioni, ma dopo e solo dopo che tutte le carte sono state messe sul tavolo verde, dopo e solo dopo che ogni dissenso è stato esplicitato e affrontato.

«La confusione è grande sotto il cielo, la situazione è eccellente», amava ripetere Mao Tse Tung. Aveva ragione.

Francesco Cancellato, Direttore de Linkiesta
Tempo di lettura: 6 minuti

Ti aspettiamo al nostro evento corporate È di scena il conflitto – Milano, venerdì 19 maggio 2017.

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